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Notiziario Marketpress di Giovedì 28 Settembre 2006
 
   
  L´ECONOMIA DEL PANE, UN SETTORE OGGI IN RIPRESA GRAZIE ALLA FANTASIA DEI PANIFICATORI PER MANGIARE 200 GRAMMI DI PANE AL GIORNO SPENDIAMO 2,86 MILIARDI DI EURO

 
   
   L´anno Alimento povero destinato a sfamare le classi meno abbienti (i ricchi hanno sempre avuto maggiore accesso al "companatico"), il consumo di pane è calato nei decenni mano a mano che nella società – italiana ma non solo italiana – si faceva strada un migliore tenore di vita. In realtà in Italia il pane e´ stato, fino agli anni Cinquanta, fondamentale nell´alimentazione quotidiana. Erano anni in cui il consumo pro capite nazionale sfiorava i 500 grammi (già dimezzato rispetto ai 1000 grammi di inizio Novecento) e la spesa delle famiglie italiane per pane e farina raggiungeva il 50% del totale. Dopo l´atavica fame bellica e post bellica, dopo lo spopolamento delle campagne, il boom economico, il cambiamento delle abitudini alimentari, sempre più orientate a cibi iperproteici e comunque di origine animale, la false convinzioni e i pregiudizi (il pane fa ingrassare), i consumi si sono ridotti fino a scendere agli attuali 200 grammi pro-capite al giorno di oggi. Secondo I´istat, su 22. 876. 000 famiglie censite in Italia 12. 870. 00 acquistano pane fresco tutti i giorni, 2. 688. 000 acquistano raramente o mai pane fresco, 844. 000 fanno il pane a casa. Rimane stabile dal 2003 il numero delle famiglie che vanno dal fornaio tutti i giorni mentre si riduce la percentuale dei consumatori saltuari. La fotografia del mondo produttivo segnala che sono 25. 082 le imprese artigianali (stima di Cna alimentare) e 150 i forni industriali, con un totale di 230. 000 occupati diretti oltre ai 180. 000 lavoratori dell´indotto. Nonostante l´appena ricordata "tendenza storica" alla diminuzione relativa dei consumi, il pane e i prodotti della panetteria hanno invertito l´andamento fra il 2005 e il 2006 e hanno fatto segnare un aumento nei consumi. Secondo la Coldiretti (su dati Ismea Acnielsen) si è infatti verificata una ripresa degli acquisti delle famiglie italiane dell´uno per cento nel corso del 2005 quando sono state consumate complessivamente 1,2 milioni di tonnellate di pane, cracker, panetti, grissini, fette biscottate per una spesa di 2,86 miliardi di euro. E´ presto per dire che siamo in presenza di una vera e propria inversione di tendenza: dai dati dello scorso mese di luglio relativi ai consumi di prodotti del sistema agroindustriale italiano – per esempio - emerge una certa flessione nel capitolo "Derivati dei cereali", da imputare essenzialmente agli acquisti di pasta di semola e "pane e panetteria", in calo rispettivamente del 6,4% e del 5,2%. Una lieve diminuzione si riscontra anche nei consumi di prodotti per la prima colazione (-2%). A ogni modo il pane, insieme ai cereali e derivati, rappresenta oggi circa il 7% della spesa domestica; una leggera crescita è stata registrata dal pane parzialmente cotto e surgelato che, nel corso di questi ultimi anni, ha conquistato I´1,9% del mercato. Non va però dimenticato come anche il pane "postmoderno" (quello in vendita in vere e proprie boutique dei prodotti da forno) si sia via via arricchito di principi alimentari e abbia perduto il connotato di partenza di alimento povero. Esso contribuisce anzi, grazie al suo ampio contenuto di carboidrati unitamente alla pasta e al riso, al fabbisogno personale di glicidi, che in una dieta bilanciata si attesta intorno al 50% delle calorie totali. E la stessa componente proteica di sali minerali e vitamine (presente soprattutto nei cosiddetti pani integrali) fa sì che oggi anche la dietetica moderna riabilita il pane che torna protagonista delle tavole italiane. Il gusto, la cultura, la ritualità dello spezzare il pane riacquistano un senso sociale ed emozionale che si credeva perduto. . . . . .  
   
 

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