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Notiziario Marketpress di Lunedì 23 Marzo 2009
 
   
  TO BE OR NOT TO BE INTERPRETATO DA GIUSEPPE PAMBIERI DANIELA MAZZUCATO PER LA REGIA DI ANTONIO CALENDA AL TEATRO MANZONI DI MILANO

 
   
  Milano, 23 marzo 2009 - To be or not to be di Maria Letizia Compatangelo, una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, spettacolo firmato da Antonio Calenda, è per i palcoscenici italiani una novità assoluta: la commedia è interpretata da una compagnia numerosa, capeggiata da due protagonisti della raffinatezza di Giuseppe Pambieri e Daniela Mazzucato e impreziosita dalle canzoni che Nicola Piovani ha composto per l’occasione, Il cielo su Varsavia e Il teatro della vita. To be or not to be ha una genesi interessante: è infatti una commedia che Maria Letizia Compatangelo ha elaborato sulla base del soggetto originale dell’autore ungherese Melchior Lengyel, divenuto nel 1942 un film di successo del grande Ernst Lubitsch, genio delle commedie sofisticate hollywoodiane (Vogliamo Vivere, il titolo della versione italiana del film). Se sul piano cinematografico il soggetto è stato ripreso nuovamente negli anni Ottanta, in un’edizione diretta da Alan Johnson in cui appariva fra i protagonisti Mel Brooks, il teatro ha invece a lungo tralasciato l’idea di portarlo sulle scene. E curiosamente, dopo tanta assenza, lo spettacolo arriva oggi sul palcoscenico in due esecuzioni diverse e completamente autonome: una in Italia – la produzione dello Stabile regionale diretta da Calenda ¬– e l’altra a Broadway, per la regia di Casey Nicholaw. Antonio Calenda perseguiva in realtà da tempo l’idea di costruire su To be or not to be un progetto teatrale, che ora vede la luce, in una produzione che coniuga la ricchezza all’essenzialità e all’efficacia, e che è stata presentata in anteprima a Trieste nell’ottobre 2008. To be or not to be è una commedia deliziosa e divertente, ma è contemporaneamente un testo molto interessante, che da un lato permette d’innescare il gioco tutto teatrale delle infinite rifrazioni fra realtà e finzione, recita e verità, “essere” e “non essere” come suggerisce il titolo. Dall’altro lato è capace di accettare la sfida di ritrarre il nazismo attraverso il linguaggio e i modi della comicità, una sfida vinta costruendo una satira validissima dell’apparato e della logica hitleriani. Inoltre – al contrario di quanto avevano paventato ottusamente alcuni critici davanti al film di Lubitsch – senza offendere il ricordo di quel periodo tanto doloroso e buio, To be or not to be lo racconta riconoscendo al teatro il ruolo di un’“arma segreta”, di una luce che indica la via della salvezza. «Ho amato To be or not to be – commenta Antonio Calenda – proprio perché ritengo che offra una bella e struggente elegia del mondo dello spettacolo, un leggero e dolce apologo su quanto nella vita sia necessaria la poesia. E in tempi sempre più cupi per la cultura, come sembrano diventare irrimediabilmente i nostri, ricordare in qualche modo questa “necessità” dell’arte, della poesia, del teatro, non appare affatto scontato». «È il mio primo lavoro che abbia un precedente cinematografico – prosegue il regista – e se mi rendeva felice l’idea di affrontarlo, allo stesso tempo questa vicinanza con il film mi preoccupava un po’. Ma nel testo drammaturgico avviene un piccolo miracolo: pur mantenendo una corretta fedeltà al soggetto e dunque al lavoro di Lengyel e Lubitsch, esso se ne allontana anche, assumendo una propria limpida legittimità teatrale. Merito dell’elaborazione di Maria Letizia Compatangelo che ha composto una commedia piacevole ed efficace, che pone in luce non solo i lati esilaranti ma anche quelli delicatamente malinconici e surreali della storia. Per il nostro Teatro, che da sempre dà loro spazio, è una nuova occasione di porre in primo piano il lavoro di drammaturghi viventi di qualità». «In questo delicato apologo del teatro, che abbiamo impreziosito anche con il contributo di due arie che il Maestro Nicola Piovani ha composto per noi ¬– conclude – il teatro stesso è il grande protagonista. In scena infatti si ricorre agli esponenziali giochi di specchi e ribaltamenti che solo il teatro permette, con le sue convenzioni, con il coinvolgimento e la complicità del pubblico. E con il talento di una compagnia d’interpreti di cui sono molto soddisfatto e che è chiamata al notevole compito di restituire il profilo della vita nella sua bellezza, lasciando però intuire anche l’imperscrutabile che essa cela». La compagnia è di ottimo livello, e vi figurano i nomi di Giuseppe Pambieri – che interpreta in modo brillante l’esuberanza e le fragilità artistiche di Ian Tura – e Daniela Mazzucato che presta duttilità e talento al personaggio di Maria Tura e la sua splendida voce sopranile alle canzoni dello spettacolo, di Fulvio Falzarano che veste i panni del temibile Colonnello Ehrhard della Gestapo, di Umberto Bortolani che offre freddezza e opportunismo alla figura della spia Druginsky. Accanto a loro una rappresentanza generosa (in tutto si contano 18 interpreti) del nucleo di attori che Calenda ha costantemente coinvolto in questi anni nei lavori dello Stabile del Friuli Venezia Giulia. Facendo propria la precisione dei ritmi vorticosi, delle battute graffianti e dei trasformismi che connotano una commedia il cui congegno non ha sbavature, gli interpreti impersonano nelle prime scene la Compagnia del Teatro Centrale di Varsavia, alle prese con le prove di un nuovo spettacolo intitolato Gestapo. Il testo, antinazista, solleva però l’attenzione della censura e ne viene impedita la messinscena: dopo l’iniziale sgomento gli attori ripiegano su un altro titolo del repertorio. La scelta cade su Amleto e non è casuale: Ian Tura, primo attore della compagnia, ha infatti il pallino del Principe di Danimarca, che continua a interpretare, sebbene – come gli fa notare la moglie in una gustosa scena di backstage – sia ormai da tempo fuori ruolo… Ciononostante Ian è un Amleto molto convinto, soprattutto in quel monologo che è il cavallo di battaglia di ogni interprete shakespeariano che si rispetti, “To be or not to be”: peccato che queste celeberrime parole debbano diventare il suo incubo. La moglie Maria, infatti, proprio durante la scena si fa raggiungere in camerino da uno spasimante – un pilota dell’aviazione polacca – che lasciando il suo posto, crea lo scompiglio in sala. Esilarante lo sconforto di Ian davanti a tale dimostrazione di spregio verso la sua arte: il problema artistico però è presto travolto – come tutta la dimensione evanescente e un po’ ingenua dei teatranti – dal precipitare degli eventi storici. È il 1939 e Varsavia è asservita a Hitler: le misure antisemite, colpiscono, fra gli altri, Greenberg, uno degli attori. Il momento in cui trova il coraggio di recitare un’ultima volta il monologo di Shylock da Il mercante di Venezia, è uno dei più commoventi dello spettacolo. “Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo?” se da un lato queste battute denunciano il tormento della discriminazione subita dai giudei fin dal ‘500, dall’altro rappresentano per Greenberg l’unico legame con la sua trascorsa dignità di uomo. Anche per il resto della compagnia il periodo è cupo: il teatro è chiuso, e ospita segrete riunioni della resistenza polacca, molti piloti – compreso Sabinsky, lo spasimante di Maria – si sono affiancati ai britannici nei combattimenti. Quando l’operato di una spia della Gestapo, rischia di infliggere un colpo ferale alla resistenza, Sabinsky si fa paracadutare a Varsavia. Cerca l’aiuto di Maria e ovviamente trova quello di Ian e dell’intera compagnia di teatranti: sarà il contributo della loro fantasia, della loro arte interpretativa, dei loro travestimenti a giocare una serie di brutti tiri agli oppressori. Tiri che raggiungono il parossismo quando –eliminati la spia e un pericoloso ufficiale – il gruppo riesce addirittura a farsi portare in salvo a Londra con l’aereo di Hitler. Un Führer che qui appare con un suo “doppio” (il divertente caratterista Bronski), proprio come ne Il dittatore di Chaplin. Commedia piena d’ironia e garbo, di battute irresistibili e intuizioni intelligenti, di soluzioni d’effetto ma sempre eleganti To be or not to be ci dimostra come lo spirito critico, l’aerea versatilità e creatività del teatro non sia mai disarmata, neanche davanti alla brutalità più assurda e violenta della storia. Coerentemente a queste riflessioni, regista e scenografo hanno lavorato fin dall’inizio anche a livello di allestimento con il “gioco del teatro”: quasi una trentina di cambi rigorosamente a vista, animano una scenografia – firmata da Pier Paolo Bisleri – che intreccia realismo e simbolismo, elementi veri a soluzioni che si materializzano grazie a una magia di luci, a un sapiente movimento, alla complicità del pubblico. Un pubblico che in To be or not to be diviene parte integrante della messinscena e che viene spesso coinvolto negli avvenimenti dello spettacolo. Gli eleganti costumi sono creazioni di Stefano Nicolao, mentre Nino Napoletano firma le luci e Pasquale Filastò cura le musiche di scena. .  
   
 

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