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Notiziario Marketpress di
Lunedì 29 Aprile 2013 |
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I NUMERI DELLA TOSCANA DURANTE LA CRISI FOTOGRAFIA IN QUESTI ULTIMI ANNI DI CRISI SCATTATA DALL’IRPET, L’ISTITUTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICA DELLA REGIONE
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Firenze, 29 aprile 2013 - Gioie e dolori, curve che salgono ed altre
che flettono. Non mancano numeri e dettagli nella fotografia sulla Toscana in
questi ultimi anni di crisi scattata dall’Irpet, l’istituto di programmazione
economica della Regione. Ed eccoli.
Le gioie …
L’export all’estero è cresciuto dal 2008 al 2012 del 12,2%: è cresciuto
di più all’inizio (+20.3% dal 2009 al 2011) e di meno dopo (+3% dal 2011 al
2013). E’ cresciuto dopo lo scossone subito nel 2007 e nei due anni successivi,
quando la crisi finanziaria è dilagata sui mercati stranieri. Ed è cresciuto,
in Toscana, più che in altre regioni. Senza contare le esportazioni in oro la
Lombardia, nello stesso periodo, si è fermata all’1,8%, allo 0,7% il Veneto e
al 4% l’Emilia Romagna, con una media italiana attestata al 4,3%. Anche il
turismo avanza: +12,1% di presenze dal 2008 al 2011, con gli stranieri che
pesano per oltre la metà (50,6%). Veneto e Emilia Romagna sono invece ancora
dietro.
… e i dolori -
Il resto sono tutti segni negativi: – 2,8% sul Pil (ma cala meno che
altrove), -8,4% dell’import estero, -5,1% della spesa della famiglie, -2,3%
della spesa della pubblica amministrazione, – 11,7% sugli investimenti. Lo sono
negli ultimi due anni, dal 2011 al 2013, ma lo erano anche nel biennio
2007-2009, quando Pil, import e investimenti erano diminuiti in maniera ancora
più consistente, la spesa per le famiglie aveva iniziato a contrarsi (-2%) e
l’unico segno positivo era quello di una spesa pubblica in crescita, lieve, del
2,1%. Quanto all’export, l’unico segno negativo all’interno riguarda mobili
(-14%), prodotti tessili (-6%) e nautica (-31%), ovvero settori vecchi e
settori nuovi.
Il manifatturiero soffre, ma c’è anche chi ha successo -
A patire la crisi sono stati soprattutto il manifatturiero e le
costruzioni, ma non mancano le eccezioni. Un terzo della imprese di capitale
manifatturiere hanno infatti realizzato aumenti di fatturato, a volte anche
particolarmente alti: un fenomeno il cui perimetro, spiega ancora l’Irpet, è
difficile da disegnare ricorrendo alle classificazioni tradizionali, sulla base
cioè della dimensione (piccole, medie o grandi), della tipologia di produzione
(tradizionali o ad alto contenuto tecnologico) o dell’inserimento in distretti.
L’unico comune denominatore di queste imprese sembrerebbe l’alta qualità delle
produzioni e la capacità di posizionarsi su segmenti elevati della domanda
mondiale.
La Toscana che sa attrarre investimenti -
Se anche gli investimenti calano (-21% nel biennio 2007-2009, -11,7%
dal 2011) in controtendenza sembrano andare quelli stranieri e delle
multinazionali: grazie anche alle Università, apprezzate da chi investe. I
buoni esempi, recentissimi, non mancano. Dieci giorni fa la tedesca “Dialog
Seminconductor” ha inaugurato a Livorno un centro di ricerca e design dove si
studiano circuiti per far durare di più le batterie dei nostri smartphone e
dove sono stati assunti venti ingegneri, per lo più del posto, che potrebbero
in due anni raddoppiare. La General Electrics Oil&gas, già presente al
Pignone di Firenze e a Massa, si espande e decide di attrezzare sulle colline
pisane di Larderello la sala prove delle nuove generazioni di turbine che si
appresta a progettare. La francese Mcphy, che produce innovative pile a
idrogeno, ha appena deciso di investire a Ponsacco, dove già aveva comprato la
piccola Piel. E poi ci sono la Continental, la Thales e la giapponese Yanmar.
Recessione, lieve ripresa e poi ancora recessione -
Quello che le statistiche raccolte dall’Irpet raccontano e ci
consegnano sono due fasi depressive intervallate da un biennio di lenta
crescita. La crisi finanziaria mondiale ha fatto sentire i suoi effetti anche
in Toscana a partire dal 2008, attraverso la forte caduta delle esportazioni,
che in due anni si sono contratti in termini reali di oltre un quarto. Il clima
di sfiducia ha portato a sua volta ad un crollo degli investimenti, le famiglie
hanno perso reddito e sono diminuiti i consumi. Tra il 2010 e il 2011 le
esportazioni sono tornate a crescere – già nel 2010 il valore era quello
pre-crisi, che altre regioni hanno recuperato solo uno o due anni dopo – e c’è
stata una ripresa lieve. Ma nel 2012 è arrivata l’austerity, la spesa pubblica
è calata, la pressione fiscale è aumentata, sono crollati gli investimenti a
causa anche delle difficoltà delle imprese ad accedere al credito e il sistema
è tornato in recessione. Gli effetti più pesanti e vistosi hanno riguardato
appunto l’industria (e in particolare quella delle costruzioni), che dal 2008
ha perso un quarto del suo peso, in una Toscana dove il manifatturiero puro –
senza considerare il settore edile – conta ancora 11 addetti su 100, nonostante
la precoce deindustrializzazione degli anni Ottanta. Ma la crisi ha colpito
anche i servizi; e il terziario, per la prima volta da decenni, registra un
duraturo, anche se più lieve, calo di vendite.
I numeri del mercato del lavoro -
Il resto sono numeri in gran parte già noti: disoccupazione al 7,8% nel
2012 (in Italia il 10,7%) ed occupazione, dal 2008 al 2013, in calo soprattutto
per i giovani tra 15 e 34 anni e in lieve crescita oltre i 35, in calo per chi
ha un titolo di studio basso e in crescita per gli stranieri, con un -1,1%
complessivo dal 2008 al 2012, pari al Veneto, peggio dell’Emilia Romagna
(-0,5%) ma meglio che la Lombardia (-1,6%) e la metà dei posti persi in Italia
(-2,2%). Numeri apparentemente non senza ‘qualche mistero’: come quelli che
nella fase più acuta della crisi e nonostante la gravità delle situazione
registrano ‘solo’ un calo di meno di 24 mila unità tra il 2008 e il 2010 e un
recupero di 6 mila nei due anni successivi, i disoccupati che passano da meno
di 74 mila nel 2007 a 88 mila nel 2008 e 132 mila nel 2012 e un calo della domanda
di lavoro ancora più alto.
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