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 Alessandra  Dal Ri

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27  GENNAIO  2004


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Le Monde 13/1/2004

« L'INDIA, APOSTOLO DI UNA LIBERALIZZAZIONE MODERATA »

...Accanto a dragoni ed altre tigri asiatiche, l'India è spesso paragonata ad un elefante per ironizzare su quelle che per molto tempo furono le sue mediocri performances e le sue difficoltà a mediare tra gli orpelli di un?economia pianificata e la modernità del liberalismo. La recente impennata della crescita, 7% nel 2003 e 9% prevista per quest'anno, la reputazione planetaria dei suoi informatici ed il successo dei suoi "call centres" di aziende estere, tendono a coprire questa immagine, malgrado l'India risponda alle sirene della mondializzazione, essa continua tuttavia a seguire i suoi ritmi, vale a dire, lentamente e senza rinnegare l'eredità ideologica anti-imperialista e di intervento statale. La conversione ufficiale dell'India alle prescrizioni dell'economia liberale,è recente. Risale al 1991, quando dovendo fare i conti con le casse vuote dello stato, il governo, guidato dal vecchio partito del Congresso, fu costretto ad una virata a 360° per beneficiare del sostegno del Fondo Monetario Internazionale (FMI):10 miliardi di $ per un piano di aggiustamento strutturale e di riforme.Tuttavia, l'entrata in scena dei "Whashington boys" non si è tradotta, come per l'America latina, l?Africa, e più recentemente, la Russia,in un sistematico ritiro dello stato, la massiccia privatizzazione delle imprese pubbliche e l'apertura accelerata dei mercati ai prodotti esteri. L'India, dopo anni, in cui si sono alternate al potere tutte le tendenze dello scacchiere politico, sole o come coalizioni allargate, dirige una transizione progressiva e difende, in nome dell'interesse nazionale, il ricorso puntuale al protezionismo. Cio? che viene definito dal (BJP)Bharatiya Janata Party, partito alla testa della coalizione al potere, e sostenuto dalle ultime elezioni regionali di dicembre come? un liberalismo calibrato?. Presso l'OMC(Organizzazione Mondiale per il Commercio), gli indiani sono i campioni nei provvedimenti antidumping, che vietano o limitanol'importazione dei prodotti esteri. Dal'95 sono passati circa circa 250 provvedimenti. I dazi doganali sono mediamente oltre il 30%, ma sono più alti quelli di certi prodotti agricoli, per i quali il commercio è strettamente regolamentato a garanzia della sicurezza alimentare, che deve assicurare ai contadini ( 2/3 dei lavoratori) un reddito sufficiente e tenere lontano il rischio della fame. Nell?industria, le piccole aziende, le'cottages industries', hanno il monopolio su di una lista di 821 prodotti (tra cui i giocattoli), allo scopo di impedire alle più grandi, e in ultimo alle multinazionali, di prender piede nel settore. E? ben nota anche l'altra faccia della medaglia:l'accumulo di deficit pubblico che indebolisce le capacità di investimento statale, particolarmente nelle infrastrutture, una miriade di imprese pubbliche, mezze in fallimento....Ma per il momento il problema non è esattamente quello di accelerare il passo delle riforme, che rischierebbero a breve di avere un costo sociale elevato. Questa via di mezzo adottata dall'India è il risultato di un vivacissimo dibattito tra intellettuali ed economisti di alto livello. La maggior parte dei quali è segnata da una tradizione marxista, alimentata da quarant?anni di pianificazione.?Ma molti hanno finito per aderire alla critica al modello Nehru, che ha iniziato a farsi sentire negli anni?80, - osserva Jean-Luc Racine, direttore al CNRS -, senza tuttavia disinteressarsi alle conseguenze sociali di una conversione al liberalismo. Tra gli innumerevoli 'think tanks', che danno vita ai lavori su cio'che dovrebbe essere la mondializzazione ed il modo con cui l?India ne puo? trarre vantaggio, l'Indian Council for Research on International Economics (ICRIER) di Dehli, occupa un posto importante. Vi si incontrano molti ex funzionari delle istituzioni finanziarie internazionali e membri dell'amministrazione statale indiana.Il loro obbiettivo: dare delle scadenze all?economia Indiana, che le permettano di mettersi al passo con i vicini. Qui lo scopo non è di andare contro la globalizzazione, ma una volta ancora di poter far giocare al paese le carte migliori. Totalmente diverso è il discorso che esce dal Dipartimento di Economia della Jawaharlal Nehru University di Dehli, dove insegna Jayati Gosh.Questa intellettuale di punta nell'ambiente della sinistra radicale, tiene da una decina d'anni una rubrica sulla rivista Frontline, dove fa una critica sistematica della mondializzazione liberale.
Jayati Gosh
fa parte di un network denominato 'Idee', che mette insieme economisti eterodossi di tutto il mondo, usciti da uno dei principali osservatori della mondializzazione, lo?Swadeshi jagran ranch?. Un baratro separa tuttavia questi approcci radicali tra loro.I primi si battono per migliorare la sorte dei più sfavoriti della società indiana, mentre i secondi auspicano congelare, vedi rinforzare, le strutture sbilanciate di una società fondata sul sistema delle caste. Gli uni criticano il capitalismo internazionale per i danni che produce, stando a loro, sui governi. Gli altri lo svergognano in nome degli interessi nazionali privati, che esso mette a rischio.

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