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Notiziario Marketpress di Martedì 14 Giugno 2005
 
   
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  LA FEDERLAZIO INTERVIENE SULL’INVASIONE DEL “MADE IN CINA”  
   
  Roma, 14 giugno 2005 - Sul fenomeno dell’invasione dei prodotti cinesi, il Direttore Generale della Federlazio, Giovanni Quintieri, rilascia la seguente dichiarazione: “Ormai è un susseguirsi quotidiano di grida di allarme contro l’invasione dei nostri mercati da parte dei prodotti cinesi – soprattutto nel tessile e nel calzaturiero – e gli effetti destabilizzanti che tutto ciò produce sulla nostra economia. Si parla di impennate dell’import di oltre il 700%: una cifra da capogiro che sta diffondendo un po’ in tutti un sentimento di estrema preoccupazione, riassunto dalla manifestazione del prossimo 15 giugno a Bruxelles dei produttori europei di questi due settori. La gravità della situazione induce a sua volta una pluralità di ricette (in Italia e in Europa), che spaziano dal semplice innalzamento di barriere doganali, alla messa in campo di strategie commerciali e produttive più sofisticate. Queste soluzioni, pur nella loro varietà, hanno però in comune un aspetto: tutte condividono un approccio rivolto in qualche modo a contrastare o condizionare l’offerta del prodotto cinese, limitando/impedendo il suo ingresso oppure – il che sarebbe più auspicabile – contrapponendogli un prodotto ancora più competitivo. Non mi è sembrato di sentire finora nessuno, invece, affrontare il fenomeno anche dal lato della domanda. Sarebbe così difficile, ma soprattutto così unfair, chiedere a tutti – e in primo luogo a coloro i quali, in veste di ‘produttori’ (imprenditori o lavoratori che siano), lamentano l’invasione delle merci cinesi – rinunciare all’acquisto di quelle medesime merci quando essi si trovano poi ad indossare il cappello di ‘consumatori’? Mi rendo conto della provocatorietà della domanda, ma – ripeto – non potrebbe essere questa una prospettiva inedita (almeno per il nostro paese) da cui guardare ad un fenomeno che nessuno di noi oggi sembra in grado di contrastare? Rispetto all’introduzione per legge di vincoli all’ingresso dei prodotti orientali – che qualcuno potrebbe, a ragione, leggere come un attentato al principio del libero mercato, oltre che come un’indebita interferenza dirigista dello Stato nelle autonome scelte di acquisto dell’individuo –; rispetto a tutto ciò dunque, un atto deliberato ed autodiretto di rifiuto del prodotto cinese da parte del singolo consumatore – e a maggior ragione di quella fascia di lavoratori in prima linea nella guerra commerciale con l’Estremo Oriente, potrebbe (e anzi dovrebbe) forse essere un comportamento auspicabile e addirittura da attendersi. E invece questo paese ancora una volta continua a dare dimostrazione di schizofrenia acuta, riuscendo a conciliare l’apparentemente inconciliabile, vale a dire lo stracciarsi le vesti per i posti di lavoro perduti, da una parte, e la perpetuazione a livello individuale di quei comportamenti di acquisto ai quali è imputabile in buona misura la perdita di questi stessi posti, dall’altra. Ma si sa, c’è sempre qualcun’altro cui attribuire le colpe e le responsabilità; per noi invece c’è sempre pronta un’assoluzione a lavarci la coscienza”.  
     
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