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Notiziario Marketpress di Mercoledì 11 Febbraio 2004
 
   
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  L’INTERVENTO DI ROMANO PRODI PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO SULLE LINEE DI POLITICA E DI BILANCIO DELL'UNIONE PER IL PERIODO 2007-2013.  
   
  Strasburgo, 11 febbraio 2004 – Di seguito l’intervento di Romano Prodi al Parlamento europeo : “Presidente Cox, Onorevoli deputati, Oggi la Commissione ha adottato la comunicazione che traccia le linee di politica e di bilancio dell'Unione per il periodo 2007-2013. Abbiamo affrontato uno degli argomenti più importanti dei cinque anni di questa Commissione. Dopo un lungo lavoro di preparazione e di riflessione, voglio dare il via al suo lungo e complesso processo di analisi e di approvazione richiamando il contesto storico nel quale sono nate queste proposte e illustrandone lo spirito. Alla caduta del muro di Berlino nel 1989 l'Europa occidentale era impegnata a costruire il grande mercato interno, un obiettivo che avevamo fissato per il 1992. La storia ha voluto che le grandi aspettative legate all'integrazione degli allora dodici Stati membri si legassero alla speranza inattesa di unificare tutto il continente in pace e in democrazia. Da quel momento straordinario, l'Europa ha fatto grandi progressi. Gran parte delle democrazie nate dal crollo del blocco sovietico faranno presto parte dell'Unione. La nostra economia, nonostante i problemi e le incertezze, gode di un livello di prosperità che non ha precedenti nella storia. In Europa abbiamo una qualità della vita che il mondo ci invidia. Soprattutto, si sono ridotte negli anni le differenze di ricchezza e di opportunità fra gli Stati membri: si tratta di un successo che nessun'altra organizzazione politica può vantare. Eppure non possiamo dirci soddisfatti. Non possiamo, perché, da qualche tempo il dubbio si fa strada nel cuore e nella mente degli europei. Si tratta di una reazione al processo di globalizzazione del pianeta con i suoi cambiamenti profondi e sempre più rapidi. L'europa si chiede se sarà in grado di tenere in mano le leve del cambiamento per continuare a guidare la globalizzazione oppure se si limiterà a subirla e a difendersi dai suoi pericoli. Basta ascoltare le domande che ci vengono dai cittadini: Verranno cancellati i punti di riferimento culturali nei quali ci riconosciamo e che sono la nostra vera ricchezza? Perché diventare anziani significa per molti rischiare di diventare più poveri? Perché i giovani trovano tanta disoccupazione e precarietà quando si affacciano sul mondo del lavoro? Domande come queste fanno nascere due atteggiamenti contrapposti: una parte della nostra società si chiude in se stessa, cercando una sicurezza illusoria dietro slogan antichi, a volte tribali, che alimentano la xenofobia e l'intolleranza. La stragrande maggioranza degli europei guarda invece a noi per avere risposte originali e positive e ci chiede: cosa fa l'Europa? È questa una posizione sana e politicamente matura perché presuppone un semplice fatto: nessun paese europeo, da solo, può muoversi nel mondo globalizzato da protagonista e in piena indipendenza. Nessuno può far fronte da solo all'ascesa dei grandi paesi dell'Asia, alla sfida tecnologica del Nord America, al flusso delle migrazioni dal Sud del pianeta. La forza per far fronte a queste sfide--la nostra forza--si trova solo nell'Unione. Il tempo ha dato ragione all'intuizione di Monnet, De Gasperi e Adenauer: dobbiamo mettere insieme ciò che ci rende simili. Dobbiamo lottare per l'interesse comune perché solo così possiamo difendere gli interessi di ciascuno. Onorevoli deputati, Il varo della strategia di Lisbona, nel 2000, è stato il momento culminante della presa di coscienza collettiva di questa situazione. A Göteborg, il progetto è stato completato inserendo a pieno titolo la "sostenibilità" come elemento qualificante del modello europeo. Questa strategia ha mobilitato energie ed entusiasmo. Ha consacrato il Consiglio europeo di primavera come il momento più alto di verifica, di impulso e di decisione nel processo di riforma economica. Però, malgrado gli sforzi di tutti, questo processo si sta inceppando. Sempre più rare sono le decisioni operative; senza di ciò ci si limita agli appelli volontaristici. Perché questo? Perché, per produrre effetti concreti, la strategia ha bisogno di un progetto concreto, coerente e verificabile, organizzando gli strumenti necessari, quelli degli Stati membri e quelli dell'Unione, fra cui il bilancio dell'Unione. Dobbiamo usare le nostre risorse per far crescere la prosperità dell'Europa in armonia con i suoi valori. Dobbiamo trasformare l'Unione in un'economia dinamica e basata sulla conoscenza. Dobbiamo assicurare un posto lavoro di qualità al maggior numero possibile di nostri cittadini. Dobbiamo rendere la crescita economica sostenibile sul piano sociale e ambientale. Prima di illustrarvi in dettaglio alcune delle decisioni di oggi, voglio chiarire in che spirito ci siamo mossi e la procedura che abbiamo seguito. Fare un piano di bilancio significa associare le risorse ai bisogni. Poiché le risorse sono limitate, le decisioni finanziarie devono seguire le priorità e le scelte politiche. Si tratta di un concetto fondamentale. Ho affermato più volte che è inaccettabile pianificare il futuro delle nostre finanze partendo da un semplice dato percentuale. Alcuni hanno dichiarato che il bilancio dell'Unione non dovrà superare l'1% del Pil europeo. A mio avviso, questa posizione ha il difetto di mettere i numeri prima del progetto politico. È come iniziare a costruire la casa dal tetto. Capisco perfettamente che paesi alle prese con riforme difficili vorrebbero che anche all'Unione si applicassero politiche restrittive. Tuttavia, questo approccio è coerente solo in modo superficiale, perché le spese nazionali (a livello di ogni singolo Stato) e le spese dell'Unione (quelle fatte in comune) non sono fungibili in quanto qualitativamente diverse. Il bilancio dell'Unione non è una spesa voluttuaria da ridurre al minimo. La spesa comunitaria è al servizio delle politiche comuni, cioè di quelle attività che gli Stati hanno deciso di gestire in comune; essa è più efficace degli interventi nazionali e in molti casi è una scelta obbligata perché affronta problemi che sono per loro stessa natura sovranazionali. Risparmiare sul bilancio dell'Unione non porta ad accrescere le risorse pubbliche nazionali, ma solo a minare la casa comune in cui viviamo. E tuttavia è necessario orientare verso le priorità le risorse disponibili, per massimizzare i benefici. Per tutti questi motivi, la Commissione ha svolto il dibattito sulle nuove Prospettive finanziarie partendo prima dalle cose da fare--dal progetto di Europa che vogliamo--e poi affrontando le cifre e le percentuali. I risultati però non dipendono soltanto dall'ammontare disponibile. Per esempio, abbiamo verificato che l'attuale struttura del nostro bilancio e alcune regole di gestione sono troppo rigide e che questa rigidità ha spesso rallentato l'azione dell'Unione a detrimento dell'interesse collettivo. Proponiamo quindi anche una struttura del bilancio che sia in grado di rispondere con maggiore flessibilità a circostanze nuove e imprevedibili. Onorevoli deputati, Vorrei svolgere un'ultima considerazione di fondo prima di passare agli aspetti specifici della nostra proposta. Il progetto finanziario di ogni organizzazione esprime concretamente i suoi principi di base. Fra i principi dell'Unione, voglio porre l'accento sulla solidarietà tra i cittadini e tra gli Stati membri che si traduce nei trasferimenti di risorse dai paesi più ricchi ai paesi e alle regioni più povere. Il nostro progetto mantiene questa scelta politica di fondo e la sviluppa in modo nuovo mettendo anche più dichiaratamente che in passato, la politica di coesione al servizio della competitività e dell'occupazione. Questa scelta ha sostanzialmente tre motivazioni: è una scelta di coerenza, è una scelta di giustizia ed è anche una scelta di opportunità. Parlo di coerenza perché favorire lo sviluppo sostenibile è l'obiettivo centrale delle nostre politiche negli anni a venire. Uno sviluppo squilibrato rischia di generare rigetto o paura nei confronti dell'Europa nelle regioni più svantaggiate o periferiche, piuttosto che fiducia e partecipazione. Inoltre è una questione di giustizia, perché non si può chiedere a nessuno di partecipare a un progetto comune senza dare la possibilità di tenere il passo della crescita. Infine è una questione di opportunità, poiché la nostra stessa esperienza dimostra che lo sviluppo equilibrato e sostenibile, in particolare delle regioni più povere, è a sua volta fonte di ulteriore prosperità per le regioni già ricche. Signor Presidente, Onorevoli deputati, Questo è il pensiero che sta alla base del piano finanziario che vi presento oggi. Ora passerò a illustrare alcuni punti qualificanti. Il documento parte da tre grandi priorità: favorire lo sviluppo sostenibile, tradurre in pratica il concetto di cittadinanza europea e rafforzare il ruolo dell'Unione come protagonista sulla scena mondiale. Voglio sottolineare un aspetto del primo punto. Poiché il mercato unico è già una realizzazione in gran parte acquisita, occorre inserire le politiche che sono legate ad esso nel contesto più ampio di una strategia di crescita. Si tratta di una proposta molto importante: ormai possiamo promuovere la competitività delle imprese europee sfruttando il fatto che operano già senza frontiere interne. Devo ripetere che per aumentare la competitività abbiamo una sola strada: la qualità, lo sviluppo tecnologico, la ricerca e l'innovazione. E, in senso più ampio, gli investimenti nelle risorse umane. È assolutamente necessario concepire una strategia comune a livello europeo per collegare fra loro i nostri centri di ricerca e formare i migliori scienziati e i migliori intellettuali del mondo. È necessario aprire il mondo dell'istruzione alla formazione permanente. Abbiamo la tradizione, abbiamo le capacità, abbiamo le infrastrutture. Ora tocca all'Europa investire tutte le risorse economiche e politiche necessarie. Per passare al secondo punto, ripeto spesso che i nostri cittadini possono già sentire una fedeltà plurima: alla loro città, al loro paese e all'Europa. Uno dei nostri obiettivi nei prossimi anni sarà dare concretezza al principio di cittadinanza europea. L'unione deve collaborare con i governi nazionali per garantire un livello omogeneo dei diritti individuali, della sicurezza, della protezione e della qualità della vita su tutto il suo territorio. Questo riguarda la lotta contro il crimine e il terrorismo, che da tempo non conoscono frontiere. Riguarda la gestione comune delle frontiere esterne e dei flussi migratori che rispetti la dignità umana dei migranti e li consideri una risorsa preziosa per la nostra economia e la nostra società. Riguarda infine lo sviluppo di quei servizi di interesse generale che sono la spina dorsale del nostro modello sociale, come sanità, sicurezza alimentare, istruzione, energia e trasporti. Soprattutto, ora che l'Unione vede profilarsi i suoi confini ultimi, è arrivato il momento di immaginare una vera identità europea. Questa sarà la nostra nuova frontiera dei prossimi decenni che non avanzerà probabilmente negli spazi geografici ma avanzerà certamente nei territori dello spirito. Dovremo favorire la creatività e lo scambio nei campi della cultura e delle arti, della letteratura e dei mezzi di comunicazione di massa. Per quanto riguarda il ruolo dell'Unione europea nel mondo, con l'allargamento e, in prospettiva, con l'unificazione completa del continente, l'Europa può davvero diventare una forza di equilibrio per tutto il pianeta. È arrivato il tempo di assumere in maniera adulta le responsabilità che questo comporta. In primo luogo, dobbiamo esercitare una chiara responsabilità nella regione, dando attenzione alla strategia della Commissione per lo sviluppo dell''anello dei paesi amici'. Nei prossimi anni dovremo sviluppare questa politica di vicinato per condividere con i nostri vicini progetti e politiche, per garantire la stabilità e la pace attraverso la diffusione di una maggiore prosperità e dei nostri valori fondanti: democrazia, libertà e rispetto dei diritti umani. Ma la nostra responsabilità va oltre il ruolo regionale. L'europa dovrà mantenere e accrescere il suo contributo allo sviluppo, perché il divario di opportunità e di condizioni di vita fra il Nord e il Sud del mondo è ripugnante per la nostra tradizione politica, civile e umana. Questo stato di cose è anche contrario al nostro interesse e rinforza il flusso migratorio disordinato che tanto preoccupa i nostri cittadini. L'unione dovrà continuare a dare forza al dialogo, alle soluzioni pacifiche e agli approcci multilaterali. Dobbiamo trovare una voce sola sulla scena internazionale con l'obiettivo finale di avere una rappresentanza comune in consessi come le Nazioni Unite, la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale. In ogni angolo del pianeta c'è chi vede in noi una speranza di pace e una forza saggia ed equilibrata. Non possiamo deludere queste aspettative. Dobbiamo superare le differenze e proporre uniti il modello che abbiamo affinato in mezzo secolo di vita. Onorevoli deputati, Questi sono solo alcuni dei tanti obiettivi contenuti nella nostra comunicazione. Per realizzarli tutti, come ci viene chiesto costantemente, ci vorrebbe un bilancio ben più ampio di quello che ci è stato attribuito sino ad ora. Tuttavia, la Commissione è realista. Abbiamo lavorato in profondità per un anno (sei gruppi di commissari, tutto il collegio impegnato a più riprese in vari seminari, le Direzioni generali coinvolte…). Abbiamo analizzato, valutato, scelto, riformato. Abbiamo deciso, non senza difficoltà, di restare all'interno dell'attuale tetto di risorse proprie dell'Unione, ovvero l'1,24% del reddito nazionale lordo europeo, aggiungendovi i fondi per la cooperazione Acp (Fed) da budgettizzare. E su questa base abbiamo definito con rigore, con tenacia e con chiarezza di intenti una previsione di spesa che, limitando i pagamenti all'1,15% del reddito interno lordo, lascia margini sufficienti per poter agire con serenità. Siamo convinti che con una somma di quest'ordine, anche se essa non è certo sufficiente per realizzare gli obiettivi che gli Stati membri si sono proposti, si potranno ottenere risultati concreti. E non si tratta soltanto di numeri ma anche di efficacia della spesa. Non ci limitiamo a motivare il perché delle risorse necessarie, ma prospettiamo anche una nuova struttura per utilizzarle meglio e in modo più razionale. Ciò significa continuare a migliorare la cultura amministrativa e la governance dell'Unione europea. Se da una parte sosteniamo che in un gran numero di casi l'azione a livello europeo è necessaria e più efficace, dall'altra la Commissione prevede di coinvolgere altri attori per razionalizzare l'esecuzione dei nostri interventi sul territorio (in particolare in partenariato con gli Stati membri). Infine, stiamo lavorando per semplificare drasticamente gli strumenti attualmente utilizzati. Per fare solo un esempio, proponiamo di ridurre gli strumenti d'azione impiegati oggi nel settore delle relazioni esterne da oltre 100 a sei, ciascuno dedicato a una precisa area politica e funzionale. Onorevoli deputati, La comunicazione che vi presento oggi non è un atto tecnico-contabile, ma una dichiarazione politica e come tale chiedo che venga esaminata. Essa ha l'ambizione di porre le premesse operative per governare le grandi trasformazioni dell'Unione negli anni a venire. I commissari, i servizi della Commissione e io stesso ci siamo dedicati al compito con energia ed entusiasmo. Sono certo che non mancherete di vedere questa energia e questo entusiasmo pienamente riflessi nel risultato del nostro lavoro. Queste pagine rappresentano, da parte della Commissione, una grande espressione di rinnovata fiducia nell'Europa e nelle sue istituzioni. Ora le consegniamo all'analisi del Parlamento e del Consiglio e sarei felice che diventassero anche per voi un messaggio pieno di speranza e di realismo per il nostro futuro”.  
     
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